Perché quando sei giovane e inizi a lavorare pretendono che tu il primo giorno sappia fare già tutto? Essere un professionista è anche questione di umanità!

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Perché quando sei giovane e inizi a lavorare pretendono che tu il primo giorno sappia fare già tutto? Essere un professionista è anche questione di umanità!

Era il settembre 1999. Ero laureato da un anno e mezzo e le proposte di lavoro cadevano a pioggia. Uscivamo dagli anni novanta con fervente ottimismo, tutti lavoravano e là fuori ti cercavano aziende di ogni tipo. Dovevi solo firmare il contratto. Io ero alla ricerca di qualcosa da fare dopo aver già cambiato tre posti di lavoro e una lunga vacanza a Londra che rimpiango ancora adesso per aver perso un’opportunità unica.

In quegli anni in realtà non ero alla ricerca di opportunità. Cercavo e basta.

Questo fu il motivo per cui in poco più di un anno cambiai tre posti di lavoro: avevo già capito che qualcosa non funzionava, mi ero reso conto che quel pezzo di carta non rendeva a sufficienza per tutta la fatica che avevo fatto per conquistarlo. Mi ero reso conto che le aziende cercavano passacarte che smaltissero il lavoro di una persona normale con le capacità di un ingegnere.

Così in quel bel settembre torinese, entrai in uno studio professionale di impianti termotecnici per iniziare seriamente la professione: stare dieci anni a contatto di uno che ne sapeva per poi aprire il mio studio. Era la mia strada, le aziende non facevano per me.

Così me lo ricordo ancora, iniziai un lunedì mattina e questa persona mi mise davanti ad un computer per fare degli schemi che non avevo mai visto. Mi disse disegna questa rete di “naspi”.

Minchia! Il naspo non l’avevo mai sentito in vita mia, e non avevo la minima idea di cosa fosse una rete di naspi… A quel punto mi chiesi a cosa fosse servito studiare tanto e non sapere neanche cosa fosse un naspo.

Amici, non c’era internet nel 1999 che ci andavi su, smanettavi e trovavi tutto, eh no! Però mi accorsi che vicino a me c’era un nerd, e quella fu la mia unica ancora di salvezza. Peccato però che era terrorizzato dall’ingegnere capo e non voleva farsi vedere che mi aiutava. Infatti ogni tanto quello entrava nella stanza e gli gridava dietro.

Insomma al pomeriggio gli chiesi cosa fosse un naspo…

Tanto per farla breve, il giorno dopo tornai e a metà mattina mi convocò nel suo ufficio e mi disse:
“Io non ho tempo di starti dietro e vedo che tu le cose non le sai! Quindi puoi cercarti un altro lavoro!”
Io risposi:
“Si, mi sono appena laureato, sono qui per imparare!”
La sua espressione fu del tipo “chissenefrega…!”

E così uscii dall’ufficio e entrai in una cabina telefonica per chiamare un’altra azienda che aspettava da qualche settimana una risposta e qualche giorno dopo iniziai un’altra avventura!

Cosa mi è rimasto di quell’esperienza? Beh, dal punto di vista umano una grande delusione. Quell’episodio mi face adottare un atteggiamento nei confronti dei ragazzi che lavorano per me, di reciproca comprensione del proprio stato di istruzione sull’argomento.

Quando vedo in giro cartelli del tipo “cerco giovane con esperienza” mi chiedo che livello di umanità e comprensione dell’essere umano ci sia dietro a chi ha scritto il cartello. Come fa oggi un giovane che ha studiato fino a 26 anni e si è laureato ad avere esperienza? E’ un ossimoro!

Allora nel corso degli anni a chi sono più grato? Sicuramente alle persone che mi hanno aiutato a crescere e soprattutto hanno dedicato del tempo ad insegnarmi il lavoro.

All’inizio ho dedicato molto tempo ai ragazzi, oggi ho creato una procedura per delegare anche questo compito. Certo che ha un rischio: il rischio che insegni un mestiere e poi la persona vada via per sfruttare ciò che gli hai insegnato altrove.

E’ vero. Succede. Mi è successo!

E’ anche vero che intorno a me cerco persone che condividono il mio sogno di crescita e se per qualche motivo una persona si è parcheggiata da te, ha imparato e poi è andata via… è la vita!

Mi è successo che qualcuno è andato via sbattendo la porta, e questo fa parte delle dinamiche psicologiche personali, paure interne. Su quello non possiamo pensare di penetrare la parte profonda di tutti, soprattutto di tutti quelli che lavorano per noi. Poi a maggior ragione se la struttura si ingrandisce diventa sempre più difficile.

Ciò che conta nella mia esperienza è stato proprio la condivisione del sogno. Chi condivide rimane, gli altri per un motivo o per l’altro vanno via anche sbattendo la porta o facendo cause legali assurde.

Formare un ragazzo ha un costo molto elevato in termini di tempo, energia impiegata, pazienza. Quello di cui forse ci rendiamo meno conto e quanto ci costa NON formarlo. Questo è pazzesco: avere collaboratori che non sono formati porta lentamente al suicidio qualsiasi azienda.

La formazione è l’unico asset aziendale che sul medio e lungo periodo, farà crescere l’azienda e tutti i collaboratori devono essere formati per poter far crescere il team.

Negli ultimi anni ho iniziato a guardare alla formazione con occhi diversi. Dentro di me è scattato qualcosa che mi ha fatto capire che la gestione dell’azienda non poteva più continuare con lo stesso modello dei primi anni. Mi sono reso conto che il modello economico sta cambiando e siamo ormai passati dall’era industriale all’era dell’informazione.

Riporto un estratto dall’ottava regola di S.R.Covey:

Ciò che vedremo tra cento anni è legato al più grande cambiamento della condizione umana in cui un numero significativo e crescente di persone ha la possibilità di scegliere.

Dall’età industriale stiamo passando all’età dell’information/knowledge worker.

Il problema è che le persone vengono trattate ancora con il paradigma dell’età industriale: il controllo. Con il controllo il talento e la creatività NON possono brillare.

L’età industriale ci ha lasciato un paradigma per cui le persone sono una spesa e le macchine un bene (contabilità).

Le persone vengono gestite come le cose, creando persone co-dipendenti: persona/cosa. Per cambiare questo vecchio paradigma dobbiamo pensare di fondare il futuro del nostro lavoro con un nuovo paradigma: quello della persona a tutto tondo: ovvero una persona in cui le sue quattro dimensioni sono integrate (mente, cuore, corpo, spirito: lo sviluppo di una influenza lo sviluppo di un’altra).

Che cosa significa questo? Se vuoi dare un contributo nuovo alla società devi prepararti in modo completamente nuovo, e per fare questo stiamo traghettando verso un’epoca nuova. Qualcuno se n’è accorto? Beh, ve ne siete accorti perché c’è la crisi…

Tutto quello che c’è intorno alla parola crisi è semplicemente un passaggio all’età dell’information/knowledge worker. Molto semplicemente stiamo rivivendo un’epoca come 150 anni fa in cui l’età industriale stava nascendo per sostituire l’età dell’agricoltura. Qualche migliaio di anni fa l’età dell’agricoltura ha sostituito l’età della caccia.

E che oggi è tutto molto veloce…

Non perdere il prossimo passaggio: 150 anni fa il tuo bis-nonno faceva l’agricoltore e arava i campi con i buoi, ad un certo punto qualcuno gli ha detto che quel lavoro l’avrebbe potuto fare con un trattore e avrebbe prodotto 100 volte tanto… Cosa ha fatto il tuo bisnonno? Ha preso i risparmi o si è indebitato e ha comprato il trattore. Mi segui? Così è nata l’età industriale, prima c’era il mulino che faceva girare i macchinari e poi gli hanno messo un motore, prima c’erano le carovane e poi hanno creato la locomotiva a vapore e oggi il treno ad alta velocità per accorciare le distanze.

Cosa sta succedendo oggi? Oggi siamo in un’epoca di iper-produzione: oggi c’è tutto di tutto, la produzione si è spostata in paesi dove la manodopera costa meno e qui c’è crisi, non perché si produce meno, ma perché nessuno vuole vendere.

Quest’epoca sta segnando un momento in cui produrremo 100, 1000, 10000 volte quello che stavamo producendo nell’era industriale, perché le persone liberano un potenziale che offre alle organizzazioni un’opportunità di creare altissimo valore. Quello che oggi ha valore sul mercato è la conoscenza perché amplifica il valore della tua azienda.

L’età industriale ci ha lasciato un pesante fardello: il controllo dell’essere umano. La nostra cultura è basata sul controllo perché l’età industriale ci ha cresciuto attraverso il controllo e questo ha impedito alla nostra creatività e talento di uscire e librarsi.

Cosa significa questo? Molto semplice: molti in posizioni autorevoli non riconoscono il vero valore e il potenziale dei loro sottoposti e non possiedono una completa e sottile comprensione della natura umana, dunque gestiscono le persone come gestiscono le cose. Questa mancanza di comprensione impedisce loro di investire al meglio motivazione, talento e ingegno dei lavoratori che aliena le persone, spersonalizzando il loro lavoro, creando culture diffidenti, sindacalizzate e litigiose.

Questa è la crisi: oggi c’è crisi di valori perché pretendiamo di trattare le persone ancora come le cose.
Quella mattina di quel settembre mi sono sentito così. E da lì ho cominciato a sognare un mondo diverso: il mondo di CertificatoCasa®, dove ogni giovane seguendo il programma INNOVATIVO di sviluppo della propria attività, può liberare il proprio talento.

Questa è una rivoluzione culturale perché stiamo dicendo ai giovani che vogliono intraprendere un’attività autonoma, che da oggi saranno trattate per quello che valgono e quello che valgono oggi lo possono dimostrare. Questa è la fucina dove potersi confrontare con le proprie capacità.

Che cosa succede quando lavoriamo in un ambiente di controllo in cui regna la sfiducia? Che lavoriamo con obbedienza malevola e la nostra unica insulina è lo stipendio alla fine del mese. Obbediamo perché siamo trattati come cose. Ciò che vogliamo però, è essere trattati come persone e questo significa soddisfare tutte le parti del nuovo paradigma della persona a tutto tondo spiegato da Covey, in cui le quattro dimensioni sono realizzate:

Mente: Usatemi creativamente
Cuore: Trattatemi bene
Corpo: Pagatemi equamente
Spirito: Servire i bisogni umani basandosi sui principi

Questo significa che un giovane che incontra un ambiente di lavoro così, potrà essere predisposto a lavorare con cooperazione vivace, che si trasforma in impegno sincero fino ad evolvere in eccitazione creativa per liberare il potenziale umano e la propria voce.

L’esigenza di essere collegati ad una rete (network) di persone diventa impellente, perché non possiamo più pensare di raggiungere i nostri obiettivi da soli.

Questo è il mondo in cui voglio andare a vivere.

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